giovedì 26 marzo 2015

martedì 24 marzo 2015

L'uomo che NON volle guarire




L'uomo si alzò, era mattino presto e si poteva dormire un poco ma lui era già sveglio, tra le lenzuola madide per i suoi sogni senza sonno , la luce filtrava invadente nella sua camera da letto disordinata e caotica, piena di libri e d'abbandono, frammenti di sapere , sabbia e oblio, da anni.
Vagabondando tra sedie polverose di fondi rinsecchiti di caffè ed instabili scaffali di cultura traballante e stantia si trascinò nel grande specchio brunito e guardò il suo volto, come tutti i giorni.
Vide una faccia stanca ,tumefatta da incubi e timori , dolorosamente segnata da profonde ferite, cicatrici nell'anima e nel corpo, lebbra antica che non andava via, anche a bestemmiare un Dio lontano, distratto dalle cose di una Umanità crudele , morto ai vivi.
No, non andava via, nel nerofumo appannato in controluce vedeva le stigmate di una vita in pena perenne ,cercava di lenire gli sfregi orrendi con unguenti meravigliosi comprati a caro prezzo da tutte le parti del Creato , dall'Africa misteriosa alla vergine Oceania, terra di confine , arcana e segreta.
S'era svenato per possedere le piccole, preziose fiale luminescenti , per umettare piano i segni del suo peccato, per pagare il fio ed essere pulito , dormire felice come un bimbo, senza colpa e malizia.
Ma c'erano ancora le impronte della sue sconfitte, fisiche, del suo corpo martoriato , e spirituali, il senso d'inutilità lo scavava in fondo all'anima ferita, e vagava spettrale nella stanza, si agguatava vicino alle pesanti tende damascate e spiava il mondo fuori, case, gente, vita, e lui forestiero, impuro.
A volte, di sera, quando la sua fame di vivere era insopportabile, prendeva un nero mantello ed usciva, come una droga sniffava il Mondo, gli odori di pioggia e d' alcova, di caldo e d'amore, gli bastava così, povero ladro d' istanti che non era altro.
Poi, scattaiolava via, malediva il Fato o il Destino su per le sale tristi , buie del suo palazzo dorato , malato.
Ogni giorno si avvicinava allo specchio, guardava il suo volto deformato e da bimbo obbediente ungeva le ferite con magiche creme, docile e testardo, scrutava le sue offese sulla pelle sperando in un miracolo, illuso, o disperato.
Una mattina l'uomo stava vagando nella camera sfatta , distratto guardò lo specchio e si fermò di botto, riguardò il simulacro che era il suo volto e si sentì mancare: le piaghe svanivano piano, le lesioni orrende non c'erano più, lo specchio ora rifletteva soltanto il suo viso, immune di ogni sventura.
S'era compiuto il prodigio, se divino o profano non è dato sapere, ma la lebbra era sparita, nello specchio vedeva solo il suo viso giovane, redento dal contagio e dalle sue paure.
Pazzo dalla felicità in un baleno corse in strada, al sole accecante, per lui bellissimo, adesso poteva guardare senza timore i bambini che giocavano, i panni stesi sui balconi, le donne che parlavano piano, tutto era bellezza e dono, adesso poteva non nascondersi più, e sorridere senza vergogna.
Vedeva il Bene ma scoprì il Male, lui che prima non sapeva, guardò nei suoi occhi il dolore innocente, la povertà vera, la fatica a vivere, a sopravvivere ai margini del Nulla.
Barcollò sgomento e vide il suo volto rispecchiarsi nello specchio di un negozio , vide la sua pelle increparsi di piaghe, il flagello ritornava. Doveva subito ritornare a casa, sbarrare le porte , non vedere , non sentire e essere salvo, e loro dannati.
Essere salvo, perchè? Salvo e non sapere il profumo di un sorriso, una mano amica , il sapore di speranza, di salvezza. Salvo? No, schiavo , per sempre.
E ritornò indietro, si arrese alla Vita.